Gli scavi fuori Porta Stabia, vicino al complesso di San Paolino e alla sua tomba a schola di età augustea, hanno restituito i resti di due uomini morti durante l’eruzione del 79 d.C. Secondo il Parco Archeologico di Pompei e il Ministero della Cultura, l’ipotesi di lavoro è che entrambi stessero tentando di raggiungere la costa quando furono travolti dall’eruzione.
La collocazione è importante. Queste vittime sono state trovate fuori dalle mura della città, non in una casa, una bottega o una strada di Pompei. Ed è anche per questo che la scoperta ha attirato l’attenzione: ricorda che ci furono persone morte mentre cercavano di mettersi in salvo, e che i conteggi basati solo sui resti trovati dentro Pompei possono non includere chi morì lungo le vie di fuga.
Due morti in momenti diversi
Il dato centrale delle prime analisi antropologiche e archeologiche è che i due uomini non morirono nello stesso momento.
L’uomo più maturo fu sepolto all’interno dei lapilli durante la fase iniziale dell’eruzione. L’uomo più giovane fu trovato al di sopra dello strato di lapilli e morì probabilmente più tardi. Il Ministero della Cultura indica una corrente piroclastica come probabile causa di morte per la vittima più giovane, mentre il rapporto di Pompei presenta la ricostruzione di entrambe le morti come preliminare.
Quella sequenza — una vittima nella caduta di lapilli, una al di sopra di essa — permette agli archeologi di confrontare due fasi diverse della stessa eruzione in un unico contesto suburbano.
Un mortaio usato come scudo
La vittima più matura è stata trovata con un grande mortaio in terracotta sopra o vicino alla testa. Il recipiente presenta chiari segni di frattura.
I ricercatori lo interpretano come un tentativo improvvisato di proteggersi dalla caduta di materiale vulcanico. I reperti indicano che il materiale in caduta durante l’eruzione poteva essere letale, compresi frammenti di lava più densa oltre alla pomice.
Lo stesso individuo è stato trovato anche con una lucerna in ceramica, un piccolo anello in ferro e dieci monete in bronzo.
Le sintesi disponibili non forniscono età definite per entrambi gli individui, descritti in termini generali come giovane e più maturo. Le decisioni e gli spostamenti esatti dei due uomini non possono essere ricostruiti con certezza solo dai resti e dagli oggetti.
Perché gli archeologi definiscono la ricostruzione preliminare
L’interpretazione degli ultimi momenti delle vittime dipende dalla combinazione di contesto archeologico, analisi scheletrica e ricostruzione vulcanologica.
Un precedente rapporto del Parco Archeologico di Pompei sulle vittime dell’eruzione descrive esplicitamente questo metodo collaborativo: archeologi, antropologi e vulcanologi lavorano insieme per costruire una ricostruzione preliminare, poi verificata rispetto alla stratigrafia e allo stato di ossa e oggetti. Lo studio di Porta Stabia segue lo stesso approccio.
Questa prudenza vale anche qui. Il quadro cronologico generale usato per l’eruzione segue la cronologia pliniana tradizionale, mentre la datazione precisa resta una questione scientifica più ampia. La causa di morte proposta per la vittima più giovane è presentata come probabile, non certa.
Cosa aggiunge questo al racconto dell’eruzione
In primo luogo, la scoperta sottolinea la pericolosità della fase iniziale dell’eruzione fuori dalla città. Una vittima sepolta nei lapilli, con un fratturato recipiente domestico posto a protezione, mostra che il solo materiale solido in caduta poteva uccidere persone che avevano già lasciato Pompei.
In secondo luogo, complica qualsiasi totale semplificato delle vittime dell’eruzione. Il rapporto di Pompei mette in guardia dallo stimare il bilancio dei morti solo dalle vittime recuperate dentro la città, perché alcuni abitanti potrebbero essere morti mentre tentavano di fuggire verso la costa. Ogni scoperta suburbana di questo tipo aggiunge elementi senza risolvere il numero complessivo, che resta incerto, soprattutto per chi morì fuori dalle mura.
Insieme, i due resti conservano momenti diversi del pericolo: il seppellimento durante la caduta dei lapilli e la successiva esposizione dopo che quello strato si era già accumulato. Letti con attenzione, e con i limiti dichiarati dai ricercatori, offrono una visione più chiara della fuga come della morte nel 79 d.C.