Un’indagine che copre 86 comuni di competenza della Procura della Repubblica di Avellino, condotta con l’Istituto Superiore di Sanità, ha mappato la potenziale contaminazione ambientale e confrontato gli indicatori sanitari tra le comunità locali.
Il lavoro ha censito 296 siti con potenziale contaminazione ambientale, tra cui insediamenti industriali, siti di gestione dei rifiuti e aree interessate da smaltimenti illegali. Circa il 51% della popolazione dell’area di studio viveva entro un chilometro da almeno un sito censito.
Il risultato principale è geografico: le differenze sanitarie aumentano con la classe di rischio ambientale dello studio, e le comunità a rischio più elevato mostrano una mortalità per tumore del polmone e un’incidenza dei tumori superiori rispetto alle comunità a rischio più basso. I risultati descrivono associazioni a livello di comunità. Non forniscono conclusioni sui singoli residenti.
Cosa ha esaminato l’indagine
L’area di studio comprendeva 86 comuni ricadenti sotto la Procura di Avellino. Lo studio si è basato sulla collaborazione tra la Procura e l’Istituto Superiore di Sanità, l’istituto nazionale di sanità italiano.
I ricercatori hanno combinato un censimento ambientale con dati demografici e sanitari. La parte ambientale ha contato e caratterizzato i siti potenzialmente contaminati. La parte sanitaria ha esaminato mortalità, ospedalizzazione e incidenza dei tumori per l’intera area e per gruppi di comuni.
Nell’intera area degli 86 comuni, mortalità complessiva, ospedalizzazione e incidenza dei tumori sono risultate in generale in linea con i valori regionali di riferimento o inferiori. Le differenze sono emerse quando i comuni sono stati raggruppati in base alla pressione ambientale: alcuni eccessi a livello comunale aumentavano con la classe di rischio ambientale.
296 siti e la misura di un chilometro
Il censimento ambientale ha individuato 296 siti con potenziale contaminazione. Le fonti descrivono, tra le tipologie di siti, insediamenti industriali, siti di gestione dei rifiuti e aree interessate da smaltimenti illegali.
Un indicatore centrale di esposizione è stata la prossimità residenziale: circa il 51% della popolazione viveva entro un chilometro da almeno un sito censito.
L’indicatore di rischio ambientale ha combinato due elementi: il tipo e la potenziale pericolosità dei siti e la quota di residenti che vivevano entro un chilometro da essi. I comuni sono stati poi classificati in sei classi di rischio ambientale crescenti.
Avellino, Atripalda e Solofra sono state collocate nella classe di rischio ambientale più alta, la classe 6.
I risultati sanitari per classe di rischio
Il confronto che ha attirato maggiore attenzione contrappone la classe a rischio più alto a quella a rischio più basso. Rispetto alla classe 1, la classe 6 ha mostrato:
- mortalità per tumore del polmone più alta del 21%
- incidenza di tutti i tumori maligni più alta del 17%
- incidenza del tumore della mammella tra le donne più alta del 25%
Queste cifre confrontano gruppi di comuni, non singoli individui. Le fonti sottolineano che i risultati riguardano le comunità, non singole persone.
I dati di biomonitoraggio umano hanno aggiunto un ulteriore segnale, limitato. I dati erano disponibili solo per alcuni comuni, riguardavano un numero limitato di persone e non erano rappresentativi dell’intera area di studio. Nei comuni a rischio più elevato, i livelli medi di furani e di alcuni metalli industriali risultavano più alti.
Come leggere questi numeri
È utile distinguere tre domande affrontate dallo studio.
Primo, dove si concentra la potenziale pressione ambientale? La risposta è nel censimento dei siti e nella misura della prossimità: 296 siti, metà della popolazione entro un chilometro da almeno un sito, e Avellino, Atripalda e Solofra in classe 6.
Secondo, gli indicatori sanitari variano con questa pressione? La risposta è sì a livello di gruppo: la classe 6 supera la classe 1 per i tre indicatori sopra citati, e alcuni eccessi aumentano attraverso le sei classi.
Terzo, la contaminazione ha causato queste differenze in qualche caso specifico? Lo studio non risponde a questo. Le associazioni riportate non dimostrano che la contaminazione ambientale abbia causato le differenze sanitarie osservate. Le fonti descrivono possibili contributi causali o concausali insieme ad altri fattori di rischio.
Cosa questo non significa
Una classe di rischio più alta non è una diagnosi per i residenti, e una classe di rischio più bassa non è una garanzia di sicurezza. L’analisi a livello di comunità può rivelare andamenti meritevoli di approfondimento senza dire nulla sull’esposizione, sulle abitudini, sull’occupazione, sulla storia familiare o sull’esito medico di una singola persona.
Anche i risultati del biomonitoraggio non possono essere generalizzati all’intera area degli 86 comuni, perché la copertura era limitata ad alcuni comuni e a un numero ristretto di persone.
Altri dettagli tecnici restano non disponibili nelle fonti qui utilizzate: il dataset completo comune per comune, gli intervalli di confidenza e i dettagli sugli aggiustamenti per potenziali fattori confondenti non sono stati forniti. La relazione tecnica finale e la sua metodologia completa non sono state acquisite direttamente; i risultati si basano su due resoconti della stampa locale sulla presentazione.
Cosa succederà resta aperto
Le fonti non specificano le future azioni investigative, ambientali e di sanità pubblica derivanti dallo studio.
Per i lettori in Irpinia, il significato pratico è quindi duplice. Lo studio fornisce alle autorità una mappa classificata per livelli di rischio — siti censiti, prossimità della popolazione misurata e tre comuni nella classe più alta — e fornisce ai residenti un motivo per seguire le successive attività ufficiali di monitoraggio piuttosto che trarre conclusioni personali dalle sole percentuali di gruppo.