Antonio Graziano, 63 anni, descritto come esponente di primo piano del clan Graziano di Quindici, in provincia di Avellino, resterà per altri due anni sottoposto al regime di detenzione speciale previsto dall’articolo 41-bis.
La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso contro la proroga, confermando il provvedimento che mantiene in vigore la misura. La proroga era stata disposta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. La decisione conferma anche il rigetto, da parte del Tribunale di Sorveglianza di Roma, della richiesta di revoca del provvedimento.
Perché la proroga è stata confermata
Secondo quanto riportato dalla stampa locale sulla decisione, i giudici si sono concentrati su tre elementi: il ruolo apicale attribuito a Graziano, la persistente operatività del clan e il rischio concreto di un riallacciamento dei contatti con l’organizzazione criminale.
I resoconti descrivono Graziano come un punto di riferimento per l’organizzazione anche dal carcere. In questa valutazione è stato dato rilievo anche ai colloqui in carcere e all’interesse che Graziano avrebbe mostrato per le vicende del clan.
Graziano è detenuto presso il carcere di Cuneo e sta scontando una condanna complessiva a 30 anni.
Il caso dietro il soprannome
Graziano è conosciuto con il soprannome “o sanguinario”. I resoconti collegano questo nome alla faida tra il clan Graziano e il clan Cava e alla cosiddetta “strage delle donne” di via Cassese, avvenuta il 26 maggio 2002.
I resoconti disponibili non forniscono una ricostruzione uniforme sul numero esatto delle vittime dell’attentato di via Cassese, né pubblicano il testo integrale della decisione della Cassazione o il decreto ministeriale originale.
Cosa succede ora
Con il rigetto del ricorso, la proroga di due anni del regime di 41-bis resta in vigore. Nelle fonti consultate non è riportato alcun ulteriore passaggio di questo specifico procedimento di riesame.