La Fondazione Banco Napoli ha ospitato a Palazzo Ricca la presentazione del libro di Francesco Zirpoli «Autodistruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile», un’analisi della crisi automobilistica europea e campana.

Il dibattito si è concentrato sulla perdita di competitività del settore, sulla transizione tecnologica, sulla politica industriale e sulle conseguenze per l’occupazione. Secondo il resoconto dell’evento pubblicato da Il Mattino, il confronto ha collegato le tendenze industriali europee con i loro effetti regionali, invece di trattare la crisi come una generica flessione del mercato.

Perché Pomigliano e l’indotto sono importanti

La prospettiva campana si è concentrata sul polo produttivo di Pomigliano, sull’indotto automobilistico regionale e sull’impatto delle decisioni industriali legate a Stellantis.

Per i lettori di Napoli e della Campania, questa impostazione è rilevante: i dibattiti nazionali sulla produzione di automobili, sui fornitori di componentistica e sulle scelte di investimento arrivano nella regione attraverso fabbriche, aziende fornitrici e posti di lavoro. L’evento ha collocato queste ricadute regionali accanto a questioni più ampie relative a domanda, concorrenza e cambiamento tecnologico.

Oltre le norme sulle emissioni

La tesi centrale del libro di Zirpoli, così come descritta sia dalla Fondazione Banco di Napoli sia da un resoconto indipendente sul volume, mette in discussione le spiegazioni che attribuiscono la responsabilità principale alle norme europee sulle emissioni.

Il libro indica invece debolezze strutturali e strategiche più profonde: indebolimento della domanda, calo della competitività, concorrenza internazionale e ritardo tecnologico. In questa lettura, la regolamentazione ambientale non ha da sola creato la crisi, anche se i produttori devono affrontare costi più elevati e incertezza sui nuovi sistemi di propulsione.

Questa distinzione è utile per seguire l’attuale dibattito politico. Se la regolamentazione fosse la causa principale, la soluzione sarebbe soprattutto deregolatoria. Se le cause sono strutturali, la risposta riguarda investimenti, strategia di prodotto, competenze e politica industriale.

Cosa stanno facendo davvero le imprese dell’auto

Il resoconto di Lavoce.info sullo stato delle imprese automobilistiche italiane descrive il calo della produzione e degli investimenti, insieme alla pressione dei concorrenti internazionali, all’aumento dei costi e all’incertezza sui futuri sistemi di propulsione.

Un’indagine OTEA citata in quel resoconto, condotta su 448 imprese legate al settore automobilistico, ha rilevato che il 61% aveva già avviato o programmato una diversificazione. Solo l’8,3% intendeva abbandonare completamente il settore automobilistico.

Questi dati vanno letti con attenzione: descrivono le imprese intervistate, non l’intera filiera. Ma suggeriscono che la maggior parte delle imprese partecipanti cerca un aggiustamento parziale — aggiungendo nuovi prodotti o clienti — piuttosto che un’uscita completa dalle attività legate all’auto.

Per i lavoratori e i piccoli fornitori, questa è una sfumatura importante. La diversificazione può significare nuove capacità e nuovi mercati, ma non garantisce un’occupazione stabile né una transizione agevole, soprattutto dove gli investimenti diminuiscono.

La transizione ecologica come possibile leva

Sia la presentazione della Fondazione sia il resoconto indipendente sul lavoro di Zirpoli indicano la transizione ecologica come possibile strada verso il rilancio della competitività, dell’innovazione e dell’occupazione.

La Fondazione Banco di Napoli descrive l’indebolimento della domanda, il calo della competitività e il ritardo tecnologico come tratti centrali della crisi, e presenta la transizione ecologica come una possibile leva strategica per la competitività di lungo periodo, piuttosto che solo come un onere regolatorio.

In altre parole, l’elettrificazione e le tecnologie connesse sono trattate come un’opportunità industriale: un’occasione per ricostruire le capacità di prodotto, di processo e della filiera. La concretizzazione di questa opportunità dipende dalle decisioni di investimento, dalla continuità delle politiche e dalla capacità delle imprese di gestire il cambiamento di competenze e costi.

Il dibattito napoletano non ha risolto queste questioni aperte. Nelle fonti pubblicate non erano disponibili resoconti dettagliati del programma e del dibattito. Ciò che l’evento ha offerto, attraverso la ricostruzione di Zirpoli, è stata una mappa più chiara del problema: una crisi strutturale con conseguenze campane, in cui la tecnologia verde può rappresentare uno dei percorsi possibili verso la ripresa.